Klorane un ulivo per la vita - Matteo - San Patrignano

Sono Matteo e sono qui

La gioia della vita di un uomo è veder crescere la propria figlia, riuscire a portare avanti le proprie passioni e, soprattutto, essere autonomo in tutto e per tutto. Penso che un uomo di trentasei anni dovrebbe essere un punto di riferimento per le persone cui vuole bene, oltre che per se stesso. Purtroppo, però, per me non è stato esattamente così. Le scelte che ho fatto nella mia vita mi hanno portato a trovarmi in una situazione da cui non pensavo di poter più venire fuori.

Sono passati quasi sette anni da quella mattina. Erano circa le dieci, io e mia moglie eravamo a casa, quando hanno bussato alla porta. Sapevamo entrambi che quel momento sarebbe arrivato, prima o poi. Erano gli assistenti sociali. Erano lì per comunicarci l’affidamento di nostra figlia ai miei genitori, perché sia io sia lei eravamo tossici. Dipendendo dall’eroina, non potevamo certo prenderci cura di una bambina di tre anni. Erano lì per portarla via. Mia moglie ha provato a dirmi di non aprire la porta, ma loro da fuori hanno sentito e hanno urlato che avrebbero aspettato altri due minuti, poi sarebbero entrati con la forza. Così ho aperto la porta. Si sono presi la bambina, lasciandoci le carte firmate dal tribunale dei minori, e ci hanno abbandonati lì, senza portare con loro nemmeno i vestiti o gli omogeneizzati come se anche quelli non andassero bene per lei.

È difficile credere che si possa cadere tanto in basso. Quando ero piccolo non pensavo che una cosa del genere sarebbe potuta accadere proprio a me. Ero un ragazzo “normale”. Avevo due genitori giovani, che lavoravano in fabbrica e che mi hanno cresciuto in una certa maniera. A casa mia ognuno aveva il suo compito, c’erano delle regole da seguire. Anche se adesso mi rendo conto che i miei cercavano di darmi un’educazione, dei principi saldi, a sette anni tutti quegli obblighi mi pesavano molto, mi sentivo oppresso dalle quattro mura di casa. Ma in fondo ero un bambino, non ribattevo mai quando mio padre o mia madre mi dicevano qualcosa. Mi convincevo che tutto fosse normale e non mi lamentavo mai. Quando poi ho cominciato a uscire con gli amici di scuola sono riuscito finalmente ad esprimere ciò che non dicevo a parole. A volte facevamo i vandali, in giro per strada; per me era un modo di liberarmi da quegli stati d’animo, da quella sensazione d’oppressione, facendomi trascinare dal gruppo con cui andavo in giro. È così che provai la prima pasticca.

Era il ferragosto del ’96. Avevo sedici anni. Ero uscito con loro, come al solito avevo seguito la comitiva e mi ero trovato a questa festa, in un locale dove c’era della musica elettronica. I miei pensavano che fossi a cena da uno dei miei amici. Mentre ballavamo, uno di loro ha tirato fuori una busta piena di capsule bianche e ne ha data una ciascuno. Io sapevo cos’erano, avevo paura. Non avrei voluto farlo, ma non volevo essere da meno. Con loro stavo bene, non volevo apparire quello sfigato proprio sul più bello. Ne ho presa una e l’ho buttata giù. “Ecco – ho pensato – è andata, l’ho fatto”. Ho passato una serata fuori di testa, che allora mi è sembrata sensazionale, perché non avevo più freni. Riuscivo a fare tutto quello che normalmente non avrei mai fatto. Da lì mi convinco che i limiti sono soltanto un’illusione, una bugia. Lo stesso anno ho detto ai miei che ero stanco di vivere quella vita, che da lì in avanti avrei vissuto in un altro modo, come pareva a me, perché ero stanco di star dietro ai loro parametri e alle loro regole. Quell’anno decisi anche di lasciare la scuola.

Avevo sedici anni quando scoprii la mia passione per i fiori. Dopo aver abbandonato definitivamente gli studi andai a lavorare da mio zio. Lui aveva un fantastico negozio, dove coltivava, potava e vendeva ogni tipo di fiore. Su ordinazione potevamo trovare qualunque varietà, anche se eravamo un piccolo magazzino di provincia. Per qualche strano motivo i fiori mi mettevano di buon umore. Mio zio era felice di lavorare con me e anche io cominciavo a pensare che le cose stessero andando bene. Purtroppo però il mio rapporto con le sostanze era appena iniziato, e dopo la sensazione provata quella sera in discoteca non girai pagina. Quel capitolo della mia vita era ancora aperto. Non pensavo di fare chissà quale malefatta; non credevo che prendere delle pasticche fosse una cosa normale, ma la paragonavo a un’ubriacata del sabato sera. Gli altri bevevano, io mi drogavo. Purtroppo le droghe erano tante e a me capitò di assaggiarne diverse, secondo la mia mentalità. Continuavo a fare la mia vita, cercando di star bene, in maniera semplice e veloce. In qualche modo tutto aveva il suo equilibrio, per così dire. Almeno fin quando non incontrai la madre di mia figlia.

Nel frattempo erano passati sei anni. Avevo lasciato il lavoro da mio zio, per litigi di poco conto: non sopportavo più l’idea di aver qualcuno che mi controllasse o che mi dicesse cosa fare della mia vita. Dopo varie occupazioni temporanee, ero finito a fare l’elettricista, per tirare avanti. Con questa ragazza è stato un colpo di fulmine. Avevamo tutti e due ventidue anni e sentivamo che tra noi c’era una strana intesa. Ci siamo frequentati per un po’ di tempo, per conoscerci insomma, poi abbiamo scoperto di avere un interesse in comune: la droga. A quel punto siamo entrati in una spirale che ci ha portato sempre più in basso. Il divertimento della serata era diventato il passatempo del weekend, e dopo qualche mese siamo arrivati a fare uso di sostanze durante la settimana, di giorno e di notte. Sempre. Sono entrato in quel mondo assieme a lei senza rendermene conto ed entrambi eravamo sempre convinti che fosse tutto possibile, che non potesse succederci niente.

Un giorno però la polizia ci ha arrestato. Sì, perché oltre ad assumerla, a un certo punto, eravamo arrivati a spacciarla per procurarcela. La droga ci aveva completamente disinibito. Non avevamo più scrupoli e, a forza di rischiare, siamo finiti in carcere. Abbiamo passato solo pochi mesi dentro perché era la prima volta che venivamo arrestati. Ricordo il giorno in cui i miei genitori sono venuti a trovarmi dentro. Pensavo che si sarebbero vergognati, loro che avevano sempre vissuto con i canoni della famiglia modello, quella del “mulino bianco”. E invece no. Erano solamente spaventati e, allo stesso tempo, felici che stessi bene. Erano venuti a chiedermi di smetterla con quella vita scellerata, a pregarmi di mettermi apposto; soprattutto, mi hanno chiesto di non rivedere più la mia ragazza. Sapevano che se fossi tornato a stare con lei, il mio destino sarebbe stato segnato. Purtroppo non riuscivo a ragionare. Volevo vivere in quel modo, non volevo cambiare, né mettermi in gioco o costruirmi una vita. Volevo divertirmi e volevo drogarmi. Così quando sono uscito sono tornato a stare con lei, come se niente fosse successo. È in quel periodo che è nata mia figlia.

Eravamo così, io e lei. Totalmente inconsapevoli della realtà che ci arrivava addosso, credevamo che tutto fosse un gioco, come se al posto di vivere la nostra vita la stessimo guardando da fuori, dallo schermo di un televisore. Così, come tutte le altre cose, prendemmo sottogamba anche questa situazione. Abbiamo cercato entrambi di smettere, di rimetterci in sesto, e in questo nostro disegno la bambina sarebbe stata l’elemento che avrebbe consolidato il nostro rapporto. L’abbiamo voluta per questo. Ci serviva un motivo solido, per cambiare vita e non toccarla più. Subito dopo la sua nascita i servizi sociali hanno cominciato a starci col fiato sul collo, controllandoci e facendoci pressione. Sono stato costretto a entrare in comunità, per dimostrare che ero in grado di prendermi cura di lei. Ho resistito per pochi mesi, ma il richiamo è stato troppo forte. Non era un bisogno fisico, no. Per la prima volta dopo tanto tempo ero lucido. Mi sono ritrovato nella vita reale, in mezzo alle persone, e mi sono reso conto che non ci sapevo stare. Avrei dovuto lavorare molto su me stesso per essere una persona responsabile, umile e via dicendo. Dovevo cambiare. Ma io volevo tutto e subito. E quando ho sentito sulla faccia l’aria fresca della vita reale, non ho avuto dubbi. Sono tornato a cercare il tiepido abbraccio dell’eroina, e sono scappato.

A quel punto non avevo più niente. Ero distrutto. Mi guardavo intorno e vedevo solo marcio, solo sbagli, delusioni. La mia ragazza se n’era andata, non l’ho più rivista. Ormai nemmeno la droga riusciva a nascondere quello che ero diventato. Ero stanco di quella vita, non avevo più la forza di andare avanti, di continuare a fare ogni giorno quelle azioni automatiche, che mi portavano sempre nelle stesse situazioni. Così sono tornato dai miei genitori e ho chiesto aiuto. Senza pretese o pregiudizi, ho chiesto semplicemente una mano, perché non sapevo più cosa fare. È stato grazie a loro che ho conosciuto San Patrignano.

Oggi sono quasi due anni e mezzo che sono qui. In comunità faccio parte del settore formativo delle coltivazioni. Il destino ha voluto che tornassi a fare quel lavoro che mi piaceva tanto, quando ero nel negozio di mio zio. Qui ci occupiamo di produzione floreale, ortofrutticola e curiamo una coltura di ulivi tra cui il nuovo impianto donato da Klorane Botanical Foundation.

Mi piace moltissimo il mio lavoro. Ho capito che una passione va coltivata e valorizzata, giorno dopo giorno. Dalle piante e dal corso delle stagioni ho imparato a non avere fretta, ad avere costanza per conquistare e conservare le cose veramente importanti. A volte – mi vergogno un po’ ad ammetterlo – parlo anche con le piante, come si fa con i cuccioli. L’ho raccontato anche a mia figlia, che vedo regolarmente e che chiamo al telefono ogni settimana. A volte mi confida sottovoce che le manco, senza farsi sentire dai nonni, e io, non so come, ogni volta trovo le parole per farle forza. Ora so che sto finalmente diventando un uomo e quello che sto facendo lo faccio non solo per me, ma anche per lei. Non ho fretta. Perché tutte le cose vanno ottenute con impegno, dedizione, costanza e pazienza. E se son rose, fioriranno.