Maestra Terra. Quando la natura restituisce la vita

Il rapporto con la natura è fatto di costanza e pazienza. La terra coltivata è viva e richiede di riposare, nel ritmo delle stagioni si alternano attività e attesa, i capricci del meteo insegnano a fronteggiare i problemi imprevisti. E’ proprio immergendosi nella natura e imparando il valore del tempo che nel settore delle coltivazioni di San Patrignano i ragazzi ritrovano se stessi, riscoprono l’autenticità e recuperano la serenità. Non c’è crescita senza attesa. La natura ce lo ha ricordato anche in queste settimane, in cui le piogge hanno reso necessario posticipare di qualche giorno la piantumazione degli ulivi donati da Klorane Botanical Foundation alla Comunità. Ne approfittiamo quindi per presentarvi Raffaele, uno dei ragazzi impegnato nel progetto ‘Un ulivo per la vita’.

Mi chiamo Raffaele e desidero raccontarvi uno dei periodi più importanti della mia vita, quello che decisamente mi ha cambiato nel profondo. Ho trentaquattro anni, e sono alla fine del mio percorso riabilitativo a San Patrignano; faccio parte del settore Coltivazioni, con un gruppo di ragazzi mi occupo anche del progetto “Un ulivo per la vita” grazie al quale la Comunità pianterà mille nuovi ulivi donati da Klorane Botanical Foundation.
Quando me ne andrò, altri se ne prenderanno cura al posto mio, ma fino ad allora lo faccio con passione. Ma non è sempre stato così.

Al tempo in cui sono arrivato a San Patrignano, la campagna era ciò che di più lontano potesse esserci da me. A Napoli facevo l’agente di commercio con successo, e i campi li avevo sempre e solo visti alla televisione. Quando venni inserito nel settore delle Coltivazioni, assegnato al gruppo degli ulivi, era il periodo di “sletamatura” dei terreni. Reagii con disprezzo: credevo di valere molto più di un’attività di questo tipo. Avevo delle persone accanto, ragazzi che come me stavano affrontando il percorso in comunità ma da più tempo, che mi spiegarono che se veramente volevo cambiare dovevo essere disposto a mettermi in gioco. Non basta un lavoro stipendiato bene a rendere un uomo completo e valido, e quel mestiere per me troppo umile, mi dissero, era in realtà il mezzo per riprendermi la vita e la dignità.
Lavorare la terra non è facile, e per quanto la ritenessi un’attività di scarso livello, non ero ovviamente in grado di farla. Così, mi sono sforzato di mettere da parte la mia immensa arroganza, per tirare fuori l’umiltà e l’impegno necessari ad imparare: questo è stato il primo grande insegnamento che la terra mi ha dato.

Col passare dei mesi, gli impegni del mio settore formativo mi appassionavano sempre di più: ero contento di essere riuscito ad apprendere e mettere in pratica le tecniche trasmesse dai miei compagni, e la natura cominciava a rimandarmi i risultati dei miei sforzi.

Il mio momento preferito era quello della raccolta delle olive, quando tutto il gruppo, un centinaio di ragazzi, andava a raccogliere i frutti del lavoro compiuto durante l’anno. Si creava un clima fantastico, e mentre durante la pausa mangiavamo i panini nell’uliveto, la domanda di rito era: “a quante cassette siamo?”. Iniziavano le gare a chi ne riempiva di più, e la sera a cena tutti volevano sapere il risultato. Sentivo un forte senso di appartenenza. Una bella differenza dalle mille giornate trascorse facendo l’agente di commercio: solo io e me stesso, in corsa per i soldi e poi lo sballo.

La serenità che sento oggi dentro la devo alla fatica fatta in questi anni, ai ragazzi che mi sono stati vicino nei miei limiti e nei momenti difficili e a questo lavoro fantastico, che mi ha insegnato ad apprezzare la fatica e a tendere verso le cose autentiche e genuine, come lo è la terra.